Testimonianze

Dicono di lei


 

DA:   J.M.,   Prof.ssa Ornella Confessore Giuseppe Romano

 

 

Madre Maria Nazarena Majone ha prolungato nella vita la missione di Cristo, donandosi come lui alle folle stanche e abbandonate. Ha risposto a questa vocazione con una presenza materna, sobria, rivolta a coloro ai quali non si interessa la società, ai poveri, fiduciosa nel messaggio evangelico del «Rogate», consapevole che il fermento del Vangelo va posto nella massa, sempre e comunque, per dare i grandi frutti della carità: la salvezza delle persone. La sua bontà fu soprattutto per il servizio degli orfani che ha amato con finezza e generosità. La fiducia nella Divina Provvidenza, inculcatale dal Santo Fondatore, la rese testimone della continua assistenza divina.
Oggi, sull'esempio della Madre Majone, si richiedono suore ricche di fede, persone «spirituali», capaci di cogliere e discernere i segni di Dio nella storia; donne capaci di amare le persone senza volerle possedere, che facciano crescere persone libere e autonome, dotate di giudizio critico e docili alla voce del «maestro interiore» che parla sempre al cuore in ascolto.
Le nuove generazioni hanno bisogno di educatrici pazienti che inizino a formare personalità forti per i tempi che ci attendono, personalità intrise di senso evangelico, in un momento in cui il cristiano è chiamato a fare sintesi nuove e coraggiose, senza le quali ogni discorso di sequela evangelica sarebbe illusorio. Penso alla solidarietà coi poveri e al rispetto della natura, assolutamente non compatibili con il consumismo invadente. Penso all'impegno stabile nella dedizione al Signore e ai fratelli in una cultura dell'effimero, del provvisorio e dell'esperienzialismo. Penso, infine, al «governo» spirituale della propria affettività e della propria corporeità in un costume di deresponsabilizzazione e talora di banalizzazione non solo della sessualità, ma della stessa vita.
Le generazioni che sono entrate nel terzo millennio hanno bisogno di suore che, sforzandosi di vivere loro stesse ciò che propongono, abbiano il coraggio delle proposte radicali offerte a tutti dal Vangelo, perché ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio.
Abbiamo bisogno di donne che amino la Chiesa: senza fuorvianti culti della personalità, ma col cuore con cui amava la Chiesa la Madre Nazarena Majone.
Una grande eredità vi è stata consegnata.
Una grande pietà, un'assidua preghiera per la messe del Signore, uno sforzo di continua comunione con Dio, una carità senza riserve ha sostenuto tutta l'attività di questa donna di Dio. Occorre imitarla: libera da tante inutili paure, non passiva ma profondamente recettiva, la suora è chiamata oggi, ad imitazione della Majone, ad accogliere in tutta la sua realtà l'amore dello spirito per diventare, in Esso, un'espressione pacifica, limpida e tangibile della tenerezza di Dio.

J.M.

Maria Nazarena Majone

Fu non solo solerte e infaticabile collaboratrice del Padre Annibale, sua «figlia docile e ubbidiente», «colomba senza fiele», «compagna fedele» in tutte le vicissitudini della sua Istituzione, come egli la definisce, ma divenne responsabile e propositiva testimonianza al femminile della «risposta meridionale» all'esigenza di rinnovare la presenza della Chiesa nella società meridionale; scardinando a sua volta l'immobilismo della presenza femminile sia nella società civile, che in quella religiosa, indicando alle donne del Sud, nella più ampia accezione, la via più idonea per uscire dall'isolamento e contribuire con il proprio lavoro al sostentamento personale e alla crescita della famiglia e/ o della Congregazione.
M. Nazarena percorre nella sua esistenza, dopo l'incontro con la congregazione di P. Annibale e con la povertà tragica del quartiere Avignone, tutta la scala dell'impegno spirituale e sociale a favore degli ultimi, con la forza disarmante e disarmata della piena e incondizionata resa alla volontà divina, che più tardi diventerà il suo voto speciale. Come altrimenti spiegarsi il suo sorriso o addirittura la sua fresca risata, che P. Annibale non tralascia di annotare nei suoi appunti, allorché per la prima volta si affaccia al quartiere Avignone e concretamente va constatando la povertà estrema dell'Istituzione del Di Francia, così diversa rispetto a quello che la sua immaginazione e lo stereotipo della vita religiosa avevano potuto farle prevedere? Probabilmente Maria Majone rideva delle sue stesse convinzioni e comunque già accettava, con la serenità e la forza interiore che ne avrebbero sempre connotato l'impegno, la sua nuova vita che non sarebbe stata all'insegna dell'espletamento di compiti esclusivamente religiosi, ma si sarebbe confrontata quotidianamente con la dura realtà sociale della povertà e dell'emarginazione, facendo proprio l'assunto fondamentale dell'apostolato di Padre Annibale che riteneva «lavoro incompleto evangelizzare i poveri senza soccorrerli».
Maria Majone si consacra quindi, al riscatto sociale della povertà più emarginata, orfani e poveri, compiendo quello che A. Riccardi ha definito, a proposito del faticoso lavoro delle congregazioni fiorite nel Mezzogiorno, «un lungo viaggio in mezzo al dolore degli uomini e delle donne».
La «scandalosa» novità dell'apostolato della Majone e della Congregazione delle Figlie del Divino Zelo, è tutta in questa scelta, contrarre alleanze con chi non solo non ha potere, ma è del tutto emarginato, cancellato, ghettizzato dalla società.

Prof.ssa Ornella Confessore

Ecco in proposito una bellissima testimonianza dell’avvocato Giuseppe Romano, che così ricorda Madre Nazarena: «Dai colloqui frequenti avuti per le pratiche dell’orfanotrofio ho tratto fin dal primo incontro la certezza che Suor Nazarena fosse un’anima candida, innocente e pura. Possedeva tanto buon senso e tanta naturale intelligenza, sorretti da una grande prudenza, che spesso mi metteva in soggezione… Ogni volta che uscivo da un colloquio, pensavo che tutto era suggerito in Lei dalla sua innocenza, mai deviata da alcuna influenza esterna che potesse allontanarla dal bene che doveva fare. Ebbe per le orfanelle affetto più che materno, preoccupata ad assicurare il loro bene materiale e spirituale... La pratica della carità indiscriminata la faceva felice, e in essa si prodigava senza risparmio… Tutti le volevano bene come se ne vuole alle anime elette e alla sua morte grande fu il rimpianto».

 

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